La potenza dell’Ego

Tavola rotonda introduttiva

Con il seguente saggio si  vuol fornire una spiegazione al motto della Fondazione, ma allo stesso tempo si vuol dare inizio ad una tavola rotonda sull’argomento della istruzione universale come rimedio ad una umanità, che priva d’essa, si trova  in assoluto disordine ed incapace ad intraprendere un efficace cammino verso il meglio fichtiano.
E’ una tavola rotonda insolita perchè attorno ad essa c’è solo una sedia occupata  da un povero diavolo che, sia pure con accanimento, non riesce fare a se stesso  domande e tanto meno rispondere alle stesse senza inciamparsi in un turbinio mentale che non gli porta bene.
C’è fra i  lettori di questa pagina qualcuno che abbia la voglia e la capacità di intraprendere, su quell’argomento e con amici pensatori da lui individuati e qui raccolti, un valido discorso che porti almeno ad  avvalorare quanto indicato nel seguente saggio ?

Chi  scrive è un appassionato aspirante di filosofia. Egli non può e non vuole far sfoggio di sapere e qui di seguito esprime in modo  semplice dei concetti che potrebbero far capire a chi legge cosa sta a significare il motto della Fondazione stessa: - alla mente e al cuore dei giovani -

Qui  si vuole pure riaffermare  che lo scopo della Fondazione, come anelito culturale,  nasce da una circostanza descritta altrove che portò ad una  ‘casuale attenzione’ alla parola Ego. Ai lettori  eruditi si chiede venia  per il linguaggio metaforico e non sempre corretto,  e per la lacunosa e non accademica esposizione.   Nella presentazione ci si riferì  all’ “Ego sum”(Io sono) come alla  affermazione analitica finita più carica di potenza che esista nel mondo.  Ma l’ “Ego” stesso senza l’intervento del “sum” dovrebbe farci trasalire perché vedremo che l’Ego da solo si arrichisce di una potenza infinita ignota all’ ‘Ego sum’ da noi conosciuto.

E’ una affermazione audace che più avanti si avvale del sostegno di un gigante del pensiero e che a coloro che non vogliono impegnarsi nella lettura, un pò ardua,  di  quanto segue  può essere  brevemente chiarita indicando che essa, quella  piccola-immensa parola latina,  fa di ciascuno di noi esseri umani una unica e straordinaria entità ‘creatrice’ dell’intero universo,  perché ognuno di noi può affermare come  verità assoluta che l’universo, egli compreso, è ‘creato’ al momento puntuale ed aurorale del ricevere il suo stesso Ego e del risvegliarsi  della sua stessa autocoscienza.  Quella creazione viene quasi a suggerirci di essere stati messi al  mondo per fare in esso e per esso qualche cosa allo scopo di migliorarlo. Lo vedremo più avanti. Per ciascuno di  noi un prima o un a-priori logico a quel  momento aurorale esiste  ed il dopo, ignoto, ci serve come incoraggiamento ad una sempre più vasta conquista conoscitiva  per il nostro miglioramento etico. Ma è  il presente che conta ed è proprio questo  che ci fa curiosi, ci  dà  entusiasmo  e ci spinge a vederci chiaro nella storia dell’Ego.  Allora,  sarebbe ragionevole partire proprio dal nostro Ego finito per farne a ritroso (a monte) una ricerca  ‘genealogica’ fino all’origine per poi ridiscendere ‘a valle’ e un po’  alla volta cercare di capire il come ed il perché  noi Ego finiti (esseri umani)  siamo qui al centro di un universo infinito ed eterno. Ebbene, Gottlieb Fichte, ripetiamo un gigante  del pensiero, all’incirca  due secoli  fa  capovolse, per così dire, il modo di speculare consueto fino al suo tempo,  indirizzandolo al  di sopra  del mondo finito e spingendo il pensiero all’apice della ragione pura. Egli giustamente pensava che, al fine della ricerca filosofica,  non aveva senso rivolgersi,  come  fino al suo tempo era stata la consuetudine,  alle cose e agli  animali, cioè ad  oggetti inanimati, per estrarre da essi, privi di  pensiero,  conclusioni  sulla nostra origine, sullo spirito,  sul mondo  e sul  modo di conoscerlo, e che sarebbe  stato più corretto ed efficace rivolgersi a soggetti dotati di spirito.  In termini specifici egli adottò il principio ‘esse sequitur operari’ (l’essere consegue il pensare, l’attivarsi, lo spirito) invece del suo opposto ‘operari sequitur esse’ comunemente utilizzato  fino al suo tempo, perché l’essere è un prodotto e non ha diritto ad una posizione incondizionata. E per non sbagliarsi, Fichte si rivolse  all’ Ego stesso, quello nostro finito, che noi conosciamo come l’ essere più pregno di spirito  in noi ed attorno a noi.

Ma, attenzione !  Perché Fichte, facendo una cosa straordinaria prese l’ ‘Ego cogito’ finito,  quello Kantiano non quello Cartesiano, lo privò del ‘cogito’ e gli fece fare  una sorprendente piroetta  di  infinita grandezza:  cosicchè l’Ego, partito come finito, si ritrovò all’apice della ragione umana come Ego puro, principio primo assoluto dell’intero universo, sorgente di eterna ed infinita attività. Questa attività che non può non essere sinonimo di libertà, come vedremo,  è in continua creazione di  sé  stessa e di ogni altro essere animato o inanimato al di fuori di sé. Quasi in forma di fiaba noi raccontiamo  qualcosa che sembra avere un  ‘c’era una volta’.  Assolutamente no: tutto quello che qui diciamo non è legato a tempo e spazio,  ma ad un ‘progredire’  logico che vale nel contempo: c’é sempre stato, c’è,  e sempre ci sarà. Qui termina la ricerca geneologica ‘a monte’ e ci sembra che ne sia  valsa la pena,  perché   questa operazione di riferire una cosa finita all’infinito, fatta da noi,  senza l’autorizzazione di Fichte, non è nuova:  già Platone la fece con successo ed ancor oggi pure noi la facciamo ogni giorno senza accogercene.

Quando,  per esempio,  diciamo che due bicchieri di un nuovo servizio da tavola sono uguali, senza  nemmeno  saperlo, ci riferiamo alla uguaglianza certa di due bicchieri ideali che si trovano  nell’infinito perché se volessimo fare i pignoli,  quei due bicchieri  di  fronte a noi, pur stampati dalla stessa macchina,  da soli non soddisfano l’ esigenza rigorosa del termine metafisico di uguaglianza.  Con il nostro Ego finito del quale proiettiamo l’intuizione intellettiva dell’Ego puro, cioè  un qualche cosa di veramente grandioso, noi, di soppiatto,  facciamo ciò che Fichte ha stabilito in modo più ermetico ed erudito. Non tutti furono soddisfatti della speculazione fichtiana e alcuni ambienti ecclesiastici accusarono   il filosofo, profondamente religioso,  di ateismo perchè quell’ Ego  non rappresentava il  Dio antropomorfo e mitico che essi patrocinavano . Forse tali ambienti piuttosto che condannare Fichte,  avrebbero  fatto meglio fare loro l’Ego infinito fichtiano, chiamandolo  Dio, e, dopo  averlo portato quaggiù tra noi, aggettivarlo a loro volontà e  a piacere dei fedeli. Siamo dunque arrivati all’origine che cercavamo,  all’apice del pensiero, di fronte al nostro primo antenato, cioè  all’Ego puro che Fichte stabilì essere soggetto ed oggetto come un Tathandlung, cioè come un insieme di attività (Tat) e di prodotto (Handlung).  La sua Dottrina della Scienza (Wissenschaftslehre) è il sistema filosofico in tre momenti che egli diede alle stampe  la prima volta nel 1794.  Il sistema è stato chiamato così perché  più che una speculazione filosofica esso è uno strumento già pronto e strutturato a fornire conoscenza e comportamento di vita in qualsiasi attività umana. Vediamo cosa si  dice nel primo dei tre momenti. Qui dobbiamo innanzitutto chiederci ed essere d’accordo su cosa intendiamo per autocoscienza perché  lo stesso Fichte ci dice che:

“non si può pensare assolutamente a nulla senza  pensare

in pari tempo il proprio io come coscienza di se stesso;

non si può mai astrarre (fare a meno) dalla  propria

autocoscienza.”

 

Quest’ultima, lo sentiamo noi stessi, altro non è che la consapevolezza che ciascuno di noi come soggetto ha di se medesimo.  E con un piccolo sforzo ci accorgiamo che abbiamo coscienza di un oggetto esterno solo perché  contemporaneamente possediamo l’autocoscienza e vice versa: cioè  conoscenza di un oggetto esterno ed autocoscienza  coesistono con un urto dato dall’oggetto esterno. Con un salto mentale possiamo dire che l’Ego puro ed infinito  sopra menzionato possiede una sua autocoscienza, perché  ha  l’ intuizione intellettuale dell’urto (Tat) di quanto sta per essere creato (Handlung), cioè dell’oggetto esterno. Il primo momento viene completato stabilendo che l’assoluto Ego qui descritto si riconosce nel giudizio   ‘Ego sum Ego’ e quindi determinare che Ego=Ego.

Si attesta così,  con quest’ ultimo giudizio, la  capacità dell’Ego di ricrearsi e di porsi senza fine: inoltre esso offre assoluta autorità al principio di identità del conoscere universale non mai  raggiunta dalla formula aristotelica A=A, cioè tra due simboli formali,  privi di essenza soggettiva. Facciamo ora una sosta e vediamo come lo stesso Fichte definisce l’Ego che ci ha fatto conoscere e che da corpo al primo momento:

 

“Quell’essere, la cui essenza consiste puramente in

questo, che esso (a) pone se stesso come esistente, è

l’Ego come assoluto soggetto(b). In quanto esso si

pone è, ed in quanto è,si pone, e l’Ego perciò è(c)

assolutamente e necessariamente per l’Ego:  ciò che

non esiste per se stesso non è Ego.  Si domanderà certo:

che cosa ero io dunque prima che giungessi

all’autocoscienza  ?  La risposta naturale a questa

domanda  è: io non ero (d)   affatto,  perchè io non ero io. ”

 

Dalla asserzione (a)  ‘pone se stesso come esistente’ , della definizione di cui sopra, si evince che  l’Ego non nasce, ma si evidenzia, si sdoppia, perchè esso è da sempre non in forma statica, ma come scaturigine inarrestabile della  sua stessa attività: esso  si pone e continua a porsi (b)  ‘come assoluto soggetto’.  Assoluto, come aggettivo,  significa ‘sciolto, libero da altro’, cioè incondizionato e come sostantivo è il Tutto incondizionato e indefinibile. Qui all’Ego si applicano tutti e due i  significati. Inoltre, ripetiamo,  l’ Ego è ed esiste da sempre, perché se avesse iniziato ad esistere sarebbe un  prodotto di  qualcosa altro e l’essere  prodotto comporterebbe  un condizionamento, cioè una assenza di assolutezza. Pertanto l’Ego, se non ha mai iniziato ad essere e non è un prodotto,  deve necessariamente essere l’attività,  sorgente di se stesso ed infinitamente libero. L’Ego è pure (c)assolutamente e necessariamente per l’Ego’. Cioè l’Ego è pure oggetto di se stesso. Più avanti (d) si dice: ‘Io non ero affatto’ che sta a significare che io non esistevo come empirico Ego finito,  ma come  scaturigine diveniente e indeterminata dell’ Ego-puro-posto. Con  quanto si è fin qui scritto il primo momento  è stato  formulato ed uno squarcio è stato aperto per  poter procedere sempre più avanti con il secondo momento della Dottrina  dove si afferma che, nell’ambito assolutamente vuoto in cui l’Ego si pone come soggetto, lo stesso è istantaneamente e logicamente spinto a pensare  e creare un oggetto, cioè un non-Ego finito a completare la sua  autocoscienza con un urto esterno.  Infatti,  pochi paragrafi  addietro  abbiamo visto che, secondo Fichte,   l’ autocoscienza  necessita l’urto di un oggetto esterno;  ed è appunto quanto l’Ego fa con l’urto fornito dal suo stesso prodotto.  Cosicché, se il primo momentorappresenta la tesi di una triade, il secondo momento aggiunge una antitesi  di  appoggio che il terzo momento, comevedremo, va ad assimilare.

Questo non-Ego finito è dunque oggetto dell’ Ego-puro-posto nell’ ambito universale dell’Ego-puro e consiste nel molteplice, cioè nelle cose non animate della natura attorno a noi e dell’universo. Pertanto esso non è un niente, ma un qualche cosa che Fichte cerca di presentarci nella sua essenza conoscitiva ed etica. Esso sarebbe ciò che  Kant chiama ‘cosa in sé’ e Fichte lo definisce come segue:

“La cosa in sé è qualcosa per l’ Ego, e quindi nell’Ego,

ma che, tuttavia, non deve essere nell’Ego (deve essere superata o allontanata):

qualcosa di contraddittorio, ma che, tuttavia,

come oggetto di una idea necessaria (necessità logica di un processo conoscitivo-etico),

dev’essere posta a base di tutto il nostro filosofare, e che in ogni tempo,

senza che tuttavia si avesse una chiara coscienza di essa e della contraddizione che vi si trovava,

è stato il fondamento  di ogni filosofare e di tutto lo spirito finito”.

 

Questa è una definizione difficile, decisamente Fichtiana, che potrà essere meglio intuita con la lettura di quanto si dirà più avanti. Si vedrà, cioè, che la ‘cosa in sè’ o il ‘non-Ego’, è uno strumento eterno che consente alla umanità d sublimarsi.

Passiamo dunque al terzo momento della Dottrina fichtiana che è sintesi dei primi due. Esso ci dice come l’ Ego-puro-posto,  avendo a sua volta posto il  non-Ego finito e  limitato,  limiti pure se stesso per via di quell’atto e si  frazioni in una infinità di Ego finiti, cioè noi esseri umani. Si constata cioè che l ’Ego puro (il ‘capostipite’; chiamato così erroneamente tanto per intenderci)  viene ad avere eternamente di fronte a sé ed in sé un Ego-puro-posto (uno sdoppiamento del ‘capostipite’) ora declassato e ridotto a divisibile, e lo ripetiamo,  consistente in noi esseri umani,  assieme al non-Ego finito (cosa in sé Kantiana) altrettanto divisibile nel molteplice di un universo frazionato attorno a noi. Ora,un ineffabile ‘rimpianto’ scaturisce  negli esseri  umani, Ego finiti,  al ‘ricordo’ della posizione  perduta di libertà infinita,  ed essi  scatenano  una ‘lotta eterna’ al non-Ego finitoridotto a molteplice, per il recupero di quanto hanno perduto per sua colpa.  Attenzione però!  Quella ‘lotta eterna’ non potrà arrivare alla totale distruzione del  non-Ego finito perchè, con essa,    si concluderebbe (stasi) definitivamente il ciclo produttivo dell’ Ego puro e ciò sarebbe impossibile perché contraddittorio. Pertanto la soluzione di Fichte consiste in una lotta eterna per il superamento o spostamento, più che distruzione, degli ostacoli (cosa in sé) che si interpongono al fine di avvicinarsi alla posizione originale di libertà e felicità assoluta. Qui pure termina  il terzo momento, e in  esso si innesta il  duplice percorso del sistema fichtiano, quello conoscitivo e quello etico (pratico). Per lo scopo che ci siamo prefissi, cioè per chiarire cosa sta a significare il motto della nostra Fondazione,  l’analisi del primo percorso può essere trascurata  mentre il secondo  percorso merita di essere chiarito il più possibile.

Torniamo nuovamente alla definizione già vista  dove Fichte dice che ‘il non-Ego (la cosa in sè di Kant)......dev’essere posto a base di tutto il nostro filosofare etc. etc.’ Egli non dice ‘a base di tutto il nostro conoscere o sapere’ come avrebbe ben potuto affermare.  Perché ?  Perché  Fichte  ha stabilito che il sapere (episteme) è solo un mezzo per conoscere e poter agire a migliorare noi stessi e la nostra esistenza.  Il sapere serve, ma non basta, perché l’uomo,  lo abbiamo appena visto,  ha la motivazione superiore di avvicinarsi all’irraggiungible Assoluto.

Vediamo che cosa Fichte vuol dirci con una semplice metafora.

Un gruppo di giovani sportivi in gita sta camminando per un sentiero. Ad un certo punto il capofila si ferma,  fissa gli occhi in un cespuglio e chiama i compagni.  Ha visto qualcosa muoversi che sembra essere un rettile. Tutti guardano ed improvvisamente la testa triangolare di un serpente (non-Ego) fa capolino tra le foglie. I giovani (soggetti di sapere scossi da un urto) guardano un po’ ansiosi e si chiedono se si tratti di una vipera velenosa (richiamo al  sapere).  Il capofila, che ne sa più degli altri (il dotto è sempre utile), afferma che si tratta proprio di una vipera velenosa (utile risultato conoscitivo). I giovani in fretta (attività etica irrazionale) prendono dei bastoni  e vorrebbero ammazzarla; senonché il capofila, un pò più anziano li ferma tutti e tenta di convincerli a lasciare in vita il rettile, adducendo il motivo che la vipera in quel momento non fa male a nessuno e che anch’essa ha una funzione e un diritto alla vita (utile disquisizione conoscitiva-etica). Segue una discussione  (valutazione etica collegiale) che si risolve in un assenso totale alla tesi del capofila. (razionale soluzione etica collegiale).  Qui si nota che l’attività conoscitiva ha fornito ai giovani sportivi il mezzo per arrivare a delle  possibili attività etiche:  quella di uccidere la serpe o di lasciarla andare e, guardacaso, hanno preso la decisione che ha infuso loro gioia e un passo avanti alla loro libertà di scelta.  Si deduce quindi che è il connubio conoscitivo-etico,  come quello del breve racconto,  che in  dimensioni, piccole o grandi, da sempre ha suscitato e susciterà gioia  nel darci più libertà di azione.

Fichte  visse circa 200 anni or sono e alcune grandiose scoperte e invenzioni, cioè ostacoli e sforzi felicemente superati da risultati conoscitivi umani - come l’energia elettrica, la locomotiva, i motori diesel e a scoppio, il volo, la radio, la televisione, le conquiste spaziali, il collegamento internet e tutti i progressi in altri settori - egli non poté vederli e conoscerne i risultati di gioia e di benefico etico,  ma egli visse nella  stagione del romanticismo al culmine del  suo fiorire in un titanismo che lo predispose ad intuire ciò che il   futuro avrebbe potuto dare e diede. A tutti i  giovani che lo seguiranno Fichte lasciò questo messaggio:

 

‘La vostra missione non è il mero sapere, ma agire secondo il vostro sapere:

così risuona anche nel più profondo della mia anima,

non Voi non esistete per contemplare e osservare oziosamente voi stessi

o  per meditare malinconicamente le vostre sacrosante sensazioni,

no, voi esistete per agire, il vostro agire e soltanto il vostro agire determina il vostro valore.’

 

Ecco cosa si è voluto significare con il motto della  Fondazione: 

‘alla mente  e al cuore dei giovani’

 

Conclusione & suggerimento

(Esperanto conoscitivo-etico come bussola universale)

Oggi, con una visione più chiara e più educata di quella dei nostri avi,  constatiamo che il mondo, l’ umanità intera,  non sta camminando su una strada buona e virtuosa. Ci sono troppe ingiustizie, troppe guerre, troppa gente che soffre, troppa disuguaglianza tra chi possiede e chi non possiede, troppo disordine, troppa delinquenza e, peggio ancora, una economia fondata esclusivamente sull’avarizia.  Gli eventi storici più disparati, le differenze climatiche, la discordanza di condizioni e produzioni agricole,  del sottosuolo, dei mari  con  tutti i diversi fattori di sviluppo, di commercio abbinati a quelli di crescite incontrollate, di disastri, di terremoti e di terrori etc. hanno aiutato a portarci a ciò che siamo e a non essere soddisfatti di come siamo. Si deve concludere che i criteri adottati fino ad ora per dare al mondo una sistemazione ragionevolmente vivibile non sono riusciti nel loro intento. Anche le istituzioni religiose e pagane sia pure appellandosi  ad un contatto diretto con un loro particolare assoluto o totem, hanno fallito e da tempo boccheggiano il loro ultimo respiro facendosi anche  sanguinose  lotte intestine: la loro strada non si è certo dimostrata corretta e non lo sarebbe mai.

Nel contempo l’istruzione è stata trascurata ed offerta  solo a macchie con disparità di contenuti e risultati spesso  negativi  che oggi si concretizzano in società umane incapaci di esprimersi, di capirsi, di gestirsi, di stare in pace tra loro ed in  eterna povertà fisica e mentale. Quest’ultimo della istruzione è veramente il più ‘colossale’ e più attuale problema umano da risolvere. Insomma, lo sentiamo tutti  che il mondo non deve essere  costretto ad andare avanti così ed ha perciò bisogno di un rinnovamento epocale. Sentiamo pure che in un mondo dove  ‘globale’  sembra essere la parola d’ordine, anche la istruzione primaria uguale per tutti  lo deve essere al più presto.

Fichte ha avuto il coraggio di fare il passo che Immanuel Kant sognava di poter fare, ma che non fece:  infrangere il muro che separa l’intelletto umano dalla ragione pura, salire infinitamente più in alto dal bivacco empirico illuministico in cui si era fermato il suo maestro e scoprire che il ‘destino’ dell’uomo consiste nel collaborare con ‘il Dio’, quello unico ed universale,  per  ‘aiutarlo’  nella Sua continua creazione verso un universo perfetto,  perchè è per quello scopo che noi uomini siamo qui,  come è stato pensato da quel filosofo.

Fichte non ha mai menzionato ‘il Dio’, non per ateismo perchè egli ateo non fu, ma per un umile e corretto rispetto verso l’ Essere empiricamente Indefinibile.  Egli, dopo i greci, ancora una volta,  ci ha indicato la strada del sapere e della verità, cioè della mente, come la sola adatta a  conseguire quel ‘destino’.  Pertanto sarebbe stato utile, almeno fin dal tempo dei greci, che la mente, come dono e strumento universale di tutti gli esseri umani,  fosse stata sempre all’apice di qualsiasi decisione etica promossa dall’uomo. Purtroppo non lo è stata e perciò sarebbe ora inderogabile che lo sia se vogliamo tentare di risolvere quel ‘colossale’ problema al quale abbiamo accennato.

Dopo secoli di errori, la conseguenza logica esige che qualsiasi mito, cioè credenza priva di verità, venga escluso come  strumento di condotta ed evoluzione umana. Sfortunatamente il mito c’è tuttora e, all’infuori di un suo contributo  all’arte ed a pietà personali, esso danneggia là dove da sempre, e più che mai dal tempo dei greci, non dovrebbe essere mai stato.

Ci è venuta dunque l’idea di quanto sarebbe giovevole che una istituzione  universale come, per esempio,  l’Unesco si accordasse con il movimento Peace Corps già operante con successo da oltre cinquanta  anni e si ponesse  alla guida di un processo volto a cambiar rotta a beneficio di tutti al mondo.  Si intende dire che tutti i bambini, in qualsiasi condizione e continente essi si trovino, dovrebbero essere indotti a seguire, per i primi anni di scuola, uno stesso corso fondato sulla esposizione, spiegazione e fissazione di alcuni concetti fondamentali espressi da Immanuel Kant.

Sarebbe utile, per esempio, che i bambini fossero portati a capire che, ovunque nascono, essi sono in possesso della identica luce della mente e di uguali capacità intellettive con null’ altro di singolare all’infuori d’esse, e che quindi essi sono ugualmente responsabili della sintesi del sapere, della creazione ed esercizio di una etica universale e del comune apprezzamento del bello. Con questi valori, essi supererebbero gli ostacoli della vita e con gaudio migliorerebbero il futuro verso un unico Assoluto.

Questo pensiero fichtiano ben inculcato nei bambini sarebbe la bussola di vita già menzionata. Sembra una idea inattuabile, ma ci sono sempre uomini dello stampo e genio di un Walt Disney (cliccare qui) e quei concetti, in un formato a ‘fumetti’, potrebbero essere resi comprensibili anche ai piccoli. E chi se non l’ Unesco assieme al Peace Corps potrebbe assumere, con la loro stessa autorità di enti già designati al progresso umano, l’ iniziativa di organizzare, condurre e disciplinare un simile progetto ? E non sarebbe forse questa impresa degna di essere sostenuta da tutti i governi per dare pure lavoro a tanti giovani ? Perchè se i finanziamenti sono sempre disponibili per guerre insensate essi lo dovrebbero essere ancor più per un futuro terrestre migliore.

Ad esempio, gli scienziati della NASA sostenuti da una nazione lungimirante, da alcuni decenni e quasi a seguire per inconscio istinto il credo razionale di Fichte,  hanno potuto saggiamente spendere incredibili somme di denaro per mettere il naso nel sistema solare. Da poco, nell’ agosto del 2012,  è toccato a Marte di dare il benvenuto,  in modo mirabile e, si fa per dire,  con il tappeto da cerimonia delle grandi occasioni, al vagabondo ‘rover’ Curiosity dopo un suo viaggio astrale di 8 mesi a velocità fino a oltre 20mila km orari.  Alla conclusione di tale evento epocale, abbiamo visto (foto esposta), in Pasadena Cal.,  una moltitudine di scienziati abbracciarsi e piangere di gioia per un riuscito  connubio  conoscitivo-etico. Incoraggiati anche da questo esemplare fatto fichtiano, cioè dall’avvenuto spostamento di un ostacolo ottenuto,  con immensa gioia,  da uomini dotati di sapienza, si è ancor più convinti che solo usando l’arma universale ed incruenta di una educazione iniziale conoscitiva-etica uguale per tutti si riuscirebbe a cambiare il nostro errato modo di convivere.

Perchè, costi quel che costi, si tratterebbe di mettere nella mente si ciascun nascituro quel minimo di granitica coscienza, da tutti incarnato come un ‘esperanto’ cioè come una bussola di  condotta virtuosa. Ognuno d’essi potrebbe poi crescere e  svilupparsi  secondo le sue capacità,  i suoi desideri, la sua cultura ed i suoi impegni di cittadino di qualsivoglia nazione. Con le sembianze di un ostacolo Fichtiano stupendamente ‘insuperabile’, questo sarebbe davvero un intento meraviglioso da superare con indescrivibile gioia per noi ed i nostri successori.

Altrove abbiamo accennato al fatto che Gottlieb Fichte non ha mai menzionato ‘il Dio’ e tuttavia egli ci ha portato a pensare con gioia e con intuibile certezza all’ Assoluto.

Si è pure affermato che le istituzioni religiose e pagane hanno fallito nel loro intento di indottrinare, spesso malamente,  una loro giustificazione ed un loro scopo alla esistenza umana, tanto è vero che esse, dopo secoli di vita,  stanno oggi brancolando in un precario divenire empirico verso un inderogabile epilogo.

Naturalmente stiamo  parlando di istituzioni  nate da episodi  o genesi empirici se non fantastici, sia pure giustificati da rivelazioni altrettanto mitiche  e sempre al di fuori del controllo della mente. Non ci riferiamo, dunque, al fenomeno religioso in se, cioè a quell’anelito proprio e personale di ciascun essere umano verso l’Assoluto.  Esso è e sarà sempre universalmente vivo ed eterno perchè legato alla mente, cioè all’ anima incarnata di ognuno di noi.  E c’è da domandarsi perchè le istituzioni religiose non se ne  siano accorte  e non abbiano fatto uso, sia pure secoli dopo i greci,  delle verità  della mente e solo ora a stento, senza entusiasmo e svogliatamente cerchino di recuperarne la valenza da esse tanto ignorata, bistrattata e nascosta. Davvero,  ora sarebbe troppo tardi e del tutto inutile.

La mente dei nascituri, e solo questa, dovrebbe essere aperta e allettata in modo ch’ essi,  a guisa di esseri distesi supini nella notte della loro età infantile, possano scrutare l’ immenso lucernario stellare della sapienza uguale ed accessibile a  tutti, e fissare in se stessi, nella loro mente aurorale, quell’universale strumento conoscitivo–etico altrettanto uguale che li porterebbe a perseguire con gioia un ordine Assoluto, senza fame e senza guerre.

Agli appassionati  di musica

Agli appassionati di musica vorremmo suggerire l’ascolto di un brano musicale di Alban Berg, compositore che non ha nulla a che vedere con Fichte, ma che, a scopo  esplicativo, può qui aiutare a fornire una sorta di intuizione uditiva di alcuni aspetti di quanto Fichte ci ha esposto.

Uno di questi aspetti è pure intuibile in Wagner, Debussy e altri, e contribuisce a fare di essi quei sublimi compositori che sono stati: lo evidenziamo qui sotto, ma scopritelo da voi stessi. Giusto nel 1915 Berg compose Lyrische Suite dedicata al suo maestro  Arnold Schönberg, con una prima esecuzione nel 1926 in un quartetto d’archi in sei movimenti, in uno stile dodecafonico piuttosto angoloso e di sapore mahleriano: subito dopo, ne trascrisse tre per orchestra che qui vi consigliamo nella esecuzione della orchestra di Amburgo diretta da Hemann Scherchen. Sono solo 16 minuti di musica e vi raccomandiamo di ascoltarli con uno stereo adeguato. E’ un brano che si fa ricordare per sempre e, a nostro modesto avviso, potrebbe essere gustato come una sintesi sparsa dei tre momenti della Wissenschaftslehre. Come quest’ultimi anche i tre movimenti musicali dovrebbero essere pensati come contemporanei; cosa naturalmente impossibile ma immaginabile nella loro esecuzione,. Lo stile dodecafonico del quartetto trascritto a piena orchestra subisce un ammorbidimento e si cromatizza in un eloquente poema melodico, di inaudita intensità espressiva, carico di forza e carattere. Esso induce l’ascoltatore all’immagine contemporanea di quattro idee fichtiane fondamentali :

 Ego puro eterno =attività=>libertà=>vuoto=>infinito

 Nell’insieme questa musica dà tutta la potenza della attività ncondizionata, cioè libera, dell’ Ego puro fichtiano. Quest’ultimo all’inizio, si fa per dire,  si pone cautamente nel suo vuoto assoluto, libero di spaziare per poi procedereesuberante, altezzoso, pieno di sé  e calmo nel melanconico prodursi del Non-ego, il male da allontanare o il limite da superare. Parliamo qui del primo movimento musicale che avviene a un livello assolutamente puro, metafisico, dove la creazione del non-Ego, materia informe, inizia alla fine ad insaputa di noi Ego finiti che ancora empiricamente non esistiamo. Nella logica filosofica, il secondo movimento, del tutto empirico, si accoppia e avviene simultaneamente al primo come si trattasse di due piani di attività uno sopra l’altro, ma che per noi deve essere sonoramente spiegato a parte. Esso appunto descrive l’avvenuta creazione, parto, del non-Ego finito, da parte dell’Ego puro-posto e quella di noi stessi esseri umani e piccoli ego finiti consistente nel frazionamento dell’Ego puro-posto, ora reso finito e declassato a causa di quelparto. Si deve qui compiere lo sforzo di capire che i tre momenti filosofici e i movimenti musicali si accavallano in una contemporaneità che è la costante eterna della filosofia di Fichte. In questo secondo movimento sonoro si sentono tutti  gli sforzi, le lotte, le sfide, le nostre cadute e le conquiste, le tristezze per le sconfitte e le gioie per i limiti da raggiungere esuperati da noi esseri umani, piccoli ego contro il molteplice del non-Ego, che ci ha privati della libertà che avevamo quando facevamo parte dell’Ego puro-posto, e contro noi stessi ed i nostri simili quando ci lasciamo trascinare dalle nostre inclinazioni piuttosto che dalla ragione, riuscendone tuttavia vincitori.

Abbiamo detto che questo secondo movimento si sovrappone al primo; e così accade del terzo movimento che inizia con il lavorio continuo e possente dell’Ego puro che va a sovrapporsi a un lirismo che sta a significare il progresso continuo del mondo finito in cui ci troviamo.

Ciò che più avvince in questo breve racconto musicale è l’agire continuo ed eterno dell’ Ego puro nel vuoto, con quella sua fissa ostinazione quasi alla ricerca di uno sfogo alla sua immensa libertà ovunque dove il suono possa aprirgli la strada e accoglierlo, cioè farsi sentire. E’ certo una idiozia dire che si vede o si sente il vuoto: ma qui Berg ce lo fa proprio vedere e  sentire come un vuoto esasperante che suggerisce il terrore di restar sempre vuoto e necessita e aspira a tutta l’attività che l’Ego può dare per riempirlo. Ma ciò che più ci trascina è il senso di infinito, mai prima così esplorato o immaginato e descritto, nemmeno da quei due autori sopra accennati, così come si estrinseca da questa musica che ci porta ad un limite mai raggiunto dalla nostra mente che soffre immensamente a non vedere o non sentire più d’altro al di là di quell’ultimo e finale suono del violino che, come un dito appuntato verso il cielo, sta a indicare un invisibile ed irraggiungibile zenit.

Capire la musica: cosa vuol dire ?

Come molti  sanno,  la musica strumentale – molto meglio quella senza un programma o con quest’ultimo appena accennato dal compositore - è la più pregiata perchè lascia, anzi impone all’ascoltatore, l’invenzione di un suo particolare programma ed una sua conquista. E’ l’ascoltatore e solo lui a stabilire ‘il capire’ della musica ed egli la capisce soltanto se ci mette del suo, cioè se, con la sua sensibilità, la sua mente, formazione, cultura ed educazione egli sa mettere assieme un suo personale mosaico sonoro che rifletta una sua personale visione. E che cosa ci si aspetta dal compositore? Qualè il suo genio ?  Naturalmente, il compositore ha studiato musica,  ne conosce gli espedienti atti a significare ciò che vuol esprimere e li sa scrivere e trasmettere  sul pentagramma per fornire con l’orchestra sensazioni, stati d’animo, immagini mentali, gioia, tristezza, ricordi  etc. etc. Non basta, perché il compositore nel comporre deve essere stato egli stesso ispirato da una sua visione, da una sua storia, da un suo stato d’animo, etc. etc., e non serve chiedere al compositore quale sia stata la sua particolare storia,  il suo stato d’animo, la sua visione, perché quelli sono fatti del tutto puntuali che potrebbe aver dimenticato e che ad altri potrebbero significare un niente. E non è assoltamente  necessario che le due visioni,  quella del compositore e quella dell’ascoltatore,  siano le stesse o si assomiglino. La cosa importante nel compositore è la abilità di ‘tradurre in  suono’, nella continuità di una struttura musicale, nelle modalità che egli conosce e con il necessario tocco lirico-melodico la sua personale  visione.  E’ cioè  essenziale che egli, per sua ispirazione, genio o naturale istinto abbia il dono o sia capace di costruire quelle tessere malleabili, quei mattoni,  che lui stesso ha individuato  per comporre la sua visione, il suo mosaico, in modo tale ch’essi,  dovutamente plasmati dall’ascoltatore esperto più che abile, possano servire a quest’ultimo a costruire nella sua mente e per se stesso il suo unico mosaico musicale. Stupenda è la musica che, in una sala da concerto con molti ascoltatori esperti,  può risultare in molti diversi mosaici musicali apprezzati. Se ciò non accade la musica è stata composta male in rapporto alla mancata soddisfazione o gli ascoltatori non sono affatto esperti. Per capire la musica ci vogliono dunque due cose, ambedue importanti: il genio del compositore e una adeguata formazione nell’ascoltatore. Non esiste alcun manuale o trattato che, pure ben scritto, studiato e compreso, sostituisca questi due elementi essenziali

Read More

Arti Figurative

L'atelier allestito dal maestro Dall'Olio nei locali della Fondazione

Read More

Dolomiti summer camp 2015

Sessione Invernale: 2 – 9 gennaio 2015

Read More

English Camp 2016

agosto & settembre 2016

Read More