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IL MUSICAL THEATRE CAMP DELLA UNIVERSITY OF MIAMI

21 maggio – 10 giugno

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International Tours of the Dolomites

10 gennaio 2017 by FLDCadmin News 0 Comments

26 agosto – 7 ottobre

Direttore:Rino Budel

Info: http://www.bellunesinelmondo.it

L’Associazione Bellunesi nel Mondo (ABM), nasce per svolgere la più ampia opera di sostegno morale, culturale e di inserimento professionale a favore dei Bellunesi emigranti ed ex emigranti, nonché di coloro che intendono emigrare. La Fondazione Lucia De Conz e L’Associazione Bellunesi nel Mondo (ABM) organizzano vari tour delle Dolomiti per gruppi provenienti dal Brasile.

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Perchè..Lucia De Conz

Perché Lucia e’ stata un ricco ed umile esempio di virtù.
Lucia non concepiva la vita come una conquista di soddisfazioni materiali: non pensava mai a se stessa ed era aliena da interessi economici. Si accontentava di poco ed era frugale. Purtroppo, il segreto di come sapersi sublimare anche nei momenti più difficili, Lucia se lo è portato con sé.
Una sua grande gioia le veniva dall’osservare la natura: rimaneva estasiata avanti al sorgere del sole e alla sua luce; amava accudire alle faccende domestiche che le permettessero di stare all’aperto, specialmente di mattina nelle giornate di primavera. E proprio in questa stagione le piaceva osservare l’esplodere della flora ed udire il canto della fauna dopo i lunghi inverni.
Un’altra gioia di Lucia era il dare agli altri, specialmente ai bisognosi, ai malati ed ai vecchi. Suo marito Enrico non sapeva capacitarsi come andassero a finire i fondi generosi che le passava per la conduzione famigliare e fu costretto a compilare una agendina intitolata “Date a Lucia Lire.....” per poter controllare
le uscite che non erano giustificate dal tenore di vita frugale di Lei e della famiglia. I figli, che portava con sé nelle sue battute assistenziali, sapevano dove quei soldi finivano e naturalmente tacevano. Erano quelli gli anni, abbastanza felici, precedenti la seconda guerra mondiale, quando la famiglia viveva a Verona.
Un’altra grande gioia di Lucia era lo stare con i bambini Il suo animo puro poteva scorgere nei gesti e specialmente negli occhi dei bambini la sublimità che non a tutti è concesso di capire.
Ma la vera immensa gioia di Lucia era la “gioia di Dio”. Non e’ semplice spiegare cosa sia stata in Lucia “la gioia di Dio”. In Lei, era un completo abbandono verso l’Assoluto con il quale sembrava essere in un contatto perenne che trascendeva la fede. Lucia, quel contatto l’avrebbe avuto ovunque, fosse pur nata e vissuta nel deserto di Gobi lontana da qualsiasi influenza culturale.
Di riflesso, chiunque ha conosciuto Lucia ha beneficiato di questa sua grande gioia.

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Il bello attorno a noi

Nel titolo di questa attività si è preferito evidenziare   “Il bello” piuttosto che  “le cose belle” attorno noi,  perchè effettivamente le cose possono  essere belle solo se si lasciano cogliere  tali  e quali con  la  partecipazione attiva della mente di coloro che le ammirano,  mentre il bello esiste assolutamente anche se nessuno è mai stato in grado di determinarlo.
Ci sono stati dei pensatori che si sono avvicinati all’idea del bello affermando ciò che a noi potrebbe sembrare paradossale e cioè che il bello ce lo portiamo in noi come idea pura ed universale,   e che lo proiettiamo,  più o meno efficacemente a seconda del nostro livello culturale ed educativo,   sia sulla natura che sui manufatti che osserviamo.
Il bello così proiettato ci viene riflesso  come intuizione pura e gioiosa solo in presenza e in misura di una capacità riflettente connaturata alla  natura che ci circonda  e,  nei  manufatti,  colta e imbrigliata dall’ abilità e dal genio dell’artista che li ha creati.  Cosicchè,  si puo dire che chi guarda un oggetto ci deve mettere qualcosa del suo per apprezzarlo  esteticamente.
Da quanto sopra,  si comprende pure che, essendo la nostra ragione universale perchè posseduta ugualmente da tutti noi,   anche il bello lo deve essere:   pertanto non si possono dare alla bellezza attributi soggettivi e contrastanti come si indica con il detto “De gustibus non disputandum” che equivale al  detto  “E’ bello ciò che piace”.  Questa frase può adattarsi   solo a sensazioni empiriche che, come tali, possono essere gradevoli ad alcuni e non ad altri: però non può adattarsi alla intuizione del bello che è  proprietà  pura uguale in tutti noi.  D’altra parte, se il bello è universale, la sua distribuzione sul nostro pianeta non è uniforme,   e qui  in Italia e nel Veneto, in particolare,  il destino  ci ha privilegiati  con  una natura  meravigliosa e  con una ineguagliabile e copiosa quantità di opere d’arte.
Gli itinerari sotto indicati vengono di volta in volta organizzati dalla Fondazione con un pulmino ed un accompagnatore.  Essi possono aver la durata massima di  due o tre giorni durante i quali ciascun visitatore paga quanto personalmente spende.
La Fondazione è provvista di  ambienti capaci, nelle salette “Stalla” per lo studio e “Fienile”  per le conferenze,  dove i visitatori ,  in seguito alle visite, possono approfondire, studiare  e criticare  “il bello” nelle cose viste

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La gioia della musica

Anche la musica, alla pari delle altre arti, si avvale della sensibilità empirica, che in questo caso è data dalla facoltà uditiva, per offrire all’uomo gaudio e gioia. Il percorso che si ha per cogliere il bello della musica è simile a quello indicato per le arti figurative nell’attività “Il bello attorno a noi”, ma non è uguale. Quello è semplice ed unico perchè consiste in un processo intuitivo immediato e puntuale: infatti non c’è bisogno di riflettere per apprezzare un bel quadro perchè il bello ci possiede all’istante. Nella musica il processo è più complesso e vario perchè dipende non solo dal genere e qualità di musica che si sta ascoltando, ma principalmente dall’attenzione e dal livello d’esperienza dell’ascoltatore.
Infatti, se nella musica rock e canzoni d’oggi l’ ascoltatore ottiene il gaudio che gli spetta dalla semplice sensazione del suono più o meno melodioso, armonioso e ritmico con possibile accenno al semtimento, nell’ascolto della musica classica, particolarmente quella pura senza parole, chi ascolta deve esercitare una attenzione che lo impegni e che coinvolga non solo il sentimento, ma tutte le facoltà conoscitive della sua ragione. Pertanto i due generi sono diversi, quasi a dire che se la prima è musica la seconda non lo è, e viceversa; ed è qui che entra in gioco il problema del cosa significa “capire “ la musica. Esso può essere espresso come segue. Innanzitutto , c’ entra la qualità della musica che si ascolta: essa non può essere una accozzaglia di suoni perchè già a livello di sensazione sarebbe rigettata per essere stridente ed inaccettabile anche come semplice piacere sensitivo. Si da quindi per posto che essa sia l’opera di un genio che è riuscito a cogliere una sua visione pura da una “dimensione” di ideale ed infinita perfezione, per ”portarla giù” nel mondo sensibile e “tradurla” nella realtà empirica di un insieme di suoni alla portata degli ascoltatori. Non basta, perchè secondariamente è fondamentale che l’ascoltatore, mettendo del suo , compi “a ritroso” quel tragitto mentale a quella “dimensione” di partenza aperta dal compositore per poter cosi creare una sua visione, sia pur ed anzi diversa da quella del compositore, e goderne una sua personale sublime gioia.

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Kant & Disney a sancire con Fichte L’universalità del sapere e del buon agire

In questo sito si è dato inizio alla testata 'Filò del Pensiero' come luogo adatto alla esposizione di qualsivoglia pensiero o diversivo umano che ci porti modestamente ed universalmente a vivere decentemente su questa terra. Ad esemplificare detta testata, ci siamo azzardati ad esporci con una solitaria tavola rotonda introduttiva intitolata 'La potenza dell'Ego' a dimostrare che lo scopo sopra indicato di una vita tranquilla per tutti può essere raggiunto solo con una adeguata ed universale istruzione fornita a tutti in giovane età.
Lo abbiamo fatto anche con la intenzione di ribadire la finalità della Fondazione come indicato nelle parole 'pensare è creare' scritte al termine del brano introduttivo.

Ebbene, con linguaggio spesso metaforico qui ci proponiamo di mostrare come quei tre geni, indicati nel titolo ed appartenenti a tempi diversi, siano riusciti a fornire una ineguagliabile luce al concetto di universalità cioè a quella condizione di vita umana che per quanto interessa i valori della mente deve essere uguale in tutti noi al fine di poter assicurare, nella concordanza, un presente e futuro migliori. Immanuel Kant ha scoperto e ci ha esposto l'elemento essenziale per sostenere quel concetto come strumento ugualmente radicato nel pensiero di tutti gli esseri umani. Esso, l'elemento essenziale, è la parte più eccelsa della nostra organicità umana e si evidenzia come 'Io penso' o 'autocoscienza', cioè una indescrivibile voce pura ed universale, la prima dopo quella sensibile della mamma, che tutti noi sentiamo ad alcuni mesi dalla nostra nascita. In sostanza, Kant ha stabilito che la nostra conoscenza degli oggetti che ci circondano è fondata su due attività della mente, sensibilità ed intelletto, la prima con 'inizio empirico' la seconda con 'termine puro'. Testualmente egli dice che 'senza sensibilità non ci sarebbe dato nessun oggetto, e senza intelletto nessun oggetto sarebbe pensato'.

Stiamo entrando un po' nel difficile e vogliamo chiarire che quell' oggetto di Kant, come dato e pensato, non è esattamente quello che noi immaginiamo e vogliamo conoscere nel guardarci attorno, per esempio il tavolo da studio che ci sta di fronte, ma è un oggetto ibrido (trascendentale) di una 'costruzione mentale' che ha inizio con la sensazione empirica e l'intuizione generica, nel tempo e nello spazio, di quanto ci appare (fenomeno) del 'tavolo' reale, e termina con 'l'abbraccio' dell 'Io penso' di tutti gli elementi forniti dalla sensibilità, e, ancora più, di quelli che, al di la di ciò che appare (fenomeno), se ne stanno a noi nascosti ed inconoscibili (noumeno o cosa in se). Con 'abbraccio' si intende la composizione delle categorie: queste sono criteri e regolarità che si fissano nella nostra mente in virtù del nostro stesso osservare, come leggi pure o correttivi a-priori atti a mettere ordine su quanto viene fornito dalle intuizioni sensibili, a comporre giudizi ed a fornirne la razionalità. Per esempio, nella dichiarazione di Kant testè scritta, le categorie sanno interpretare l'oggetto (ibrido) Kantiano partorito dalla sensibilità come intuizione e lo completano come oggetto pensato. In tutti i processi che portano alla conoscenza della realtà che ci circonda, le dodici categorie di relazione, modalità, qualità e quantità sono state individuate da Kant come responsabili d'essi.

Una metafora può aiutare a capire alcuni concetti espressi. Abbiamo menzionato 'il tavolo da studio che ci sta di fronte'. Ebbene, immaginiamo di essere stati noi stessi a comprare quel tavolo. Il negozio più vicino era quello dell'IKEA e pertanto siamo andati lì. Siamo entrati nel reparto della esposizione mobili e subito abbiamo notato ciò che interessava. Eccoci dunque alla attuazione di quanto detto sopra sulla sensibilità. Il nostro pensiero si è aperto alla intuizione di ciò che è apparso nel tempo e nello spazio di quell'istante, ossia il fenomeno, l'apparire del tavolo. Abbiamo dato una occhiata ai dettagli del fenomeno, abbiamo visto che il prezzo poteva andare e ci siamo rivolti all'incaricato. Lui ci ha confermato che il tavolo era disponibile ed inaspettatamente ci ha indicato l'imballaggio del tavolo in un cartone, ossia un oggetto del tutto inconoscibile o ciò che Kant chiama'cosa in se' o 'noumeno' e ci ha detto: questo è il vostro tavolo. Siamo rimasti male ed abbiamo pensato di non essere stati capiti perché volevamo un tavolo da consegnare in casa. Naturalmente, ci siamo arresi alla contingenza e ci siamo portati a casa la 'cosa in se', ossia il componente sconosciuto dell'oggetto (ibrido) Kantiano sopra menzionato.

Abbiamo quindi aperto il pacco ed un po' alla volta facendo appello alla nostra razionalità, cioè all'azione unificatrice dello 'Io penso'delle categorie e all'intuizione del fenomeno, siamo riusciti ad ottenere quello che desideravamo con l'orgoglio di aver creato qualcosa dal nulla. Possiamo dire che Immanuel Kant fa la parte da gigante nel convincerci che lo 'Io penso' all'apice delle categorie garantisce la universalità della conoscenza perché esso è ugualmente presente in tutti gli esseri umani. A meglio comprenderlo, e pensando ai più giovani tra noi, giova chiamare in causa Walt Disney, un genio stupendo non sempre ricordato come tale, che, specialmente nei suoi primi lavori chiamati cartoons, ha saputo fornire una visione palpabile delle categorie. In un ambito mirabilmente fantastico con animali affascinanti al posto di esseri umani, Disney ha saputo mettere in risalto e fissare negli spettatori con gaudio le efficaci ed esemplari attestazioni di qualsivoglia categoria.

Che cosa ci assicura della universalità della fissazione dello 'Io penso' nella mente di tutti gli spettatori piccoli ed anziani dei cartoons nel mondo ?

Non ci vuole molto a capirlo: la stessa stessa esultanza di qualsiasi spetttatore.

Da dove viene e cosa sta a significare questa gioia ?

E soprattutto, perché essa è uguale in tutti noi piccoli ed anziani, di qualsiasi provenieza e condizione, in qualsiasi tempo e luogo ci si trovi.

Insomma, che cosa sta a significare questo diletto universale ?

Ce lo ha detto con chiarezza lo stesso Immanuele Kant: Esso, il gaudio, sta a significare che nei 'cartoons' gli animali copiano noi esseri umani là dove ad essi non spetta e dove non sarebbero in grado di farlo perché non hanno il dono dell'intelletto. Altrove abbiamo scritto che la conoscenza degli oggetti che ci circondano è fondata su due attività della mente, sensibilità ed intelletto, la prima con 'inizio empirico' la seconda con 'termine puro'. E proprio nella applicazione di questa 'seconda attività' che gli animali, assolutamente privi d'essa ci fanno ridere; ed il fatto che questa nostra reazione sia comune in tutte le sale dove quei film appaiono ci assicura che il dono dell' "Io penso" in tutti noi è altrettanto universale.

Torniamo a Gottlieb Fichte solo per ribadire che il suo grande contributo al concetto di universalità è stato, come abbiamo visto, di aver anteposto l'istruzione alla pratica della etica. Pertanto, egli ha stabilito ciò che noi oggi constatiamo quotidianamente, ossia che non ci può essere etica, o buon agire, senza istruzione universale.

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Scopo

Altrove in questo scritto si chiarisce perché la Fondazione sia stata dedicata a Lucia e perché lo scopo della stessa sia da individuarsi nella “mente e nel cuore dei giovani”.
Chi scrive, naturalmente, ha un ottimo ricordo di sua madre, ma ha pure due grosse manie: musica e filosofia! Ci si scusa per questa considerazione personale che può sembrare del tutto estranea al contesto; in realtà essa non ne è estranea, perché lo “scopo” di cui si parla, cioè l’avanzamento della mente e del cuore dei giovani, è un fondamento determinante suggerito a chi scrive, proprio da quelle sue due manie. Manie che, in ogni caso, fanno bene perché portano verso l’alto, verso obbiettivi che solo educando la mente possono essere raggiunti da chiunque.

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Perchè…alla mente e al cuore dei giovani…

GUARDA CHI SIAMO...

Pur sembrando irrilevante, per rispondere a questa domanda è bene premettere che Lucia aveva un debole per l’arredamento e spesso, quando c’era qualcuno che l’aiutasse, cambiava la disposizione dei mobili, dei quadri e di altre cose. Così facendo le sembrava di abbellire l’ambiente: ciò non piaceva a suo marito Enrico, molto abitudinario, il quale, ogni volta che notava dei cambiamenti, si sentiva disorientato per non riuscire più a trovare i suoi oggetti personali, manifestando quindi il suo disappunto.
Ma è curioso sentire quale sviluppo ebbe, in un momento della sua vita, questo stimolo di Lucia a cambiare le cose.
Un giorno, a tavola, dove generalmente erano i genitori a condurre la conversazione, la figlia maggiore Pinetta, che già frequentava un corso di scuola superiore, forse per darsi un po’ di tono se ne uscì con la frase “Cogito ergo sum”, ch’ella aveva sentito a scuola, e cercò di dirci come meglio poteva quale ne fosse l’origine e il significato. Il padre se ne stette in silenzio divertito ad ascoltare, mentre mamma Lucia, che conosceva il latino più di noi studenti per quel tanto che aveva appreso da messali e inni di chiesa, dopo un breve intervallo commentò, con gran sorpresa di tutti, che forse era meglio che quel filosofo, di cui lei certamente mai prima aveva sentito parlare, avesse detto “Sum ergo cogito”, perché il “Sum” doveva esistere prima del “cogito”: aggiunse anche che per lei il “Sum” conteneva già il “Cogito”. Non l’avesse mai detto ! Perché suo marito, ch’era rimasto sempre in silenzio, improvvisamente si entusiasmò, si alzò da tavola, con un abbraccio si complimentò con lei e con un gran sorriso le disse: “Lucia, mi accorgo che la tua mania di spostare le cose non si limita soltanto agli arredi” E da quel giorno in poi, mai più si lamentò o si oppose a che lei spostasse tutto ciò che voleva.
Questa piccola storia, pur sembrando insignificante, contiene una sua potenza concettuale che non viene facilmente riconosciuta.
Lucia giustamente non si limitava a non approvare il “Cogito”, come teorizzato dal filosofo Cartesio. Ma aggiungeva che il “Sum”, o meglio l’ “Ego sum”, messo al posto giusto, come soggetto e non in qualità di predicato, conteneva già il “Cogito” e che quindi il predicato non aggiungeva alcunché al soggetto ed era lì per una inutile ripetizione.
In sostanza, Lucia diceva la grande verità che “Ego Sum” e’ l’affermazione analitica più carica di potenza che esista nell’universo. E così, quasi come spostare un quadro o un mobile, e senza conoscerne il profondo significato, Lucia sprigionava un abbagliante raggio di luce dalla sua mente.
Questa storia dice quanto sia opportuno legare il nome di Lucia alla mente e al cuore dei giovani. Perché è la mente, a cui fa eco il cuore, che sviluppa e raccoglie i valori umani che germogliano nei giovani. E’ la mente che fa di tutti noi, ed in particolare dei giovani, altrettanti “Ego Sum”, cioè esseri individualmente superiori a tutte le possibili potenze dell’ universo, nel senso specifico di capacità intellettuale, di volontà, di libertà, di sentimento, etc. E a questo proposito, saremmo certamente presi da indescrivibile sgomento se venissimo a conoscere che una delle innumerevoli galassie che lo affollano, o semplicemente il nostro sole, fossero riusciti ad ottenere la nostra stessa potenza, facendo risuonare con suono impensabile il loro “Ego Sum”.

La mente, dunque, è senz’altro il più bel dono che tutti riceviamo alla nascita, in qualsiasi posto del mondo essa avvenga.
Ed è per causa sua che siamo tutti fratelli, sia pure di colore, di cultura e di caratteri diversi. E’ la mente ben coltivata che ci offre l’opportunità di creare idee nuove per il progredire della nostra specie e ci mette nella posizione di essere sempre più forti nell’affrontare il futuro. La mente e’ una vera fabbrica di giudizi sani ed e’ con essi che si può affrontare la vita in posizione di vantaggio. Ed è pure con la mente che si determina il nostro comportamento, sia personale che sociale, quello che ci spinge a scegliere il bene piuttosto che il male. E’ un vero peccato che il dono della mente venga così spesso sciupato, o peggio fuorviato o prevaricato, particolarmente nei giovani.
Il filosofo francese Descartes e’ stato immortalato per il suo detto “Cogito ergo sum” e con esso ha ottenuto ciò che egli si prefiggeva. Ma quello stesso detto rovesciato, cioè “Sum ergo cogito” come suggerito da Lucia, fornirebbe un impulso più efficace alle generazioni d’ oggi e a quelle future, che si sentirebbero vere collaboratrici dell’ Assoluto nella creazione dell’avvenire. Perché solo se realmente “siamo” possiamo dire di “pensare”.

Ed il pensare e’ creare.

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